
Il sole illuminava ancora ogni cosa, e l’ombra sembrava si allungasse come plastica. I suoi passi sul terreno lo accompagnavano. Era la prima volta che tornando a casa, l’avrebbe trovata vuota, senza alcuna presenza umana, ma vuota come sempre degli entusiasmi dei quali un po’ alla volta si era privato.
Non c’era mai stata vera comprensione tra loro. In cuor suo sapeva che questa volta le cose sarebbero andate diversamente. La comprensione era stata sconfitta. Troppi dolori, troppe rincorse affannose nella sua vita.
E non solo il cuore lo diceva, lo gridava la ragione.
Faceva caldo, quel caldo che ti assorbiva l’anima, torrido. Il ritorno a casa, passando per quelle campagne, lo stordiva di sensazioni. Sensazioni che si vestivano degli odori e dei colori delle stagioni. Di solito rifluiva in se stesso, nei suoi pensieri, nei suoi ricordi, assaporava tutto quello che lo circondava. Si sentiva immerso in quella campagna, si lasciava avvolgere. C’era soltanto lui in quella campagna, anche se ci fossero stati mille altri insieme a lui. Ne avrebbe sentito i passi sul terreno battuto, ma sarebbe stata solo quella la testimonianza della presenza degli altri.
Sentì un rumore. Lontano, come quando d’autunno tagliando la legna immaginava il crepitio che avrebbe prodotto nel camino. Camminò per diversi metri, prima di arrestarsi piano, lentamente. In quei momenti sentì il rumore dei suoi stivali sul selciato. Era ingigantito. Non capì subito. Poi la ragione lo strappò ai suoi pensieri.
Sentiva solo i suoi passi perché la campagna attorno a lui aveva smesso di respirare, sospesa in un attimo di silenzio assoluto, assurdo. I sensi protesi a capire, a percepire.
E quando la campagna ritornò a vivere, a respirare lo fece anche lui senza capire perché la sensazione di paura che aveva provato si era dissolta. Lentamente.
