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Francesco Fioredda
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Le regole della ragione

Tornò a casa, sempre dalla stessa strada.
Osservando sempre allo stesso modo tutto quello che lo circondava. L’abbraccio di quel paesaggio.
Si fermò in un punto preciso. Doveva significarlo, doveva farlo prima che fosse troppo tardi. Uno di quegli attimi. Semplicemente uno di quelli in cui, come aveva pensato due giorni prima, esplodono nella consapevolezza del rifiuto dell’inutile e la vittoria della propria coscienza. Non era eroismo, ma pace.

Lavorò molto quel giorno a casa. Era come mettere ordine in ufficio, riordinare la propria vita, organizzare, determinare, preparare, facilitare. Facilitare pensò. Prese due poltroncine ampie, di legno, comode. Le mise nella piccola veranda che si apriva sulla porta di ingresso. Guardò la vecchia casa di fronte alla sua. Cento metri di distanza. Uscì dopo aver pranzato sulla veranda. Il quadro aveva una luce diversa anche in quel momento. Una delle finestre di una vecchia casa a cento metri dalla sua, era aperta. Guardò in quella direzione e rientrò. Voleva riposare. Forse sarebbe stato necessario. Prima che fosse troppo tardi. Il fresco della stanza lo stordì e si addormentò subito. L’ultima cosa che riuscì a pensare fu “avremo tutto il tempo”.

Si svegliò alle sei del pomeriggio. L’aria era calda. L’acqua sul viso lo ritemprò. Per un attimo temette che non si sarebbe verificato nulla, ma tutto si dissolse quando uscì sulla veranda e si sedette ad aspettare.

Lo vide arrivare verso le sette. Camminava in maniera lenta, circospetta, sofferente. Lo osservò a lungo. Il suo procedere si modificava, assumeva significati diversi. Quando fu abbastanza vicino, gli disse “Venga, si accomodi. La stavo aspettando”.

L’uomo si sedette al suo fianco sull’ampia e comoda poltroncina di legno. Osservò la campagna di fronte a lui mentre l’uomo si sedeva e tacque per un po’ consapevole delle sensazioni simili che provava quell’uomo.

Sul suo viso sofferenza e abbandono al piacere del riposo.

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Francesco Fioredda
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francesco.fioredda@gmail.com

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