“C’è stata una segnalazione di movimenti sospetti in contrada Alina; anonima”.
“Cosa ne pensi?” rispose quasi meccanicamente, avvertendo il vuoto di una vita da ricostruire.
“Non lo so, mi sembra strano, forse qualche preparativo di furto”.
Guardò fuori dalla finestra, si immerse mentalmente nell’ombra di quella quercia. Voleva che finisse il più presto quella giornata. Alla fine disse: “Sai bene che c’è ben poco da rubare in quella zona, anzi, niente direi”.
Il collega Silvestri lo guardò incuriosito, non comprendendo cosa volesse dire e forse a cosa si stesse riferendo. “Stai bene?”, gli chiese. La risposta arrivò ferma, decisa, sicura, forse fredda: “Si”. “Non capisco perché dici che non è una zona a rischio” incalzò a quel punto Silvestri.
Avrebbe voluto rispondergli con i suoi pensieri, mentre attraversava le campagne di quella zona, ma si limitò ad alzare le spalle. “Sai benissimo, che mai è successo nulla di rilevante. Nemmeno la nascita di Salvatore Sirti. Sconosciuto in mezzo alla gente. Quando è arrivata la comunicazione della sua fuga, l’ho riletta più volte prima di mettere a fuoco che era nato qui. Un anonimo. Uno sconosciuto.”
E parlando si rese conto che parlava più a se stesso che al collega. Nella mente un solo pensiero, la fine di quella giornata. Erano le diciotto, mentre tornava a casa. Il sole illuminava ancora ogni cosa, e l’ombra sembrava si allungasse come plastica. I suoi passi sul terreno lo accompagnavano.
Era la prima volta che tornando a casa, l’avrebbe trovata vuota, senza alcuna presenza umana, ma vuota come sempre degli entusiasmi dei quali un po’ alla volta si era privato.
